Cutoff Magazine

Il mito della caverna al tempo del Coronavirus

Libro settimo de La Repubblica. Platone racconta, per bocca del buon Socrate, di uomini chiusi in una caverna, incatenati gambe e collo, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove sta un fuoco, dove sta la realtà...
Immagine Articolo l'uomo nella cavera

Il mito della caverna al tempo del Coronavirus

Libro settimo de La Repubblica. Platone racconta, per bocca del buon Socrate, di uomini chiusi in una caverna, incatenati gambe e collo, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove sta un fuoco, dove sta la realtà. Vivono dell’eco del mondo che rimbomba e delle ombre proiettate di fronte a loro, conoscono solo questo.

Ecco, senza tirare in mezzo troppa filosofia, ci rivedo un po’ in questa spiegazione spiccia.Barricati in casa da ormai 4 settimane – io 6, sempre stata lungimirante – abbiamo iniziato a distorcere la realtà, imbalsamati davanti al nostro iPhone anche le notizie di Dagospia ci sembrano oro colato.Il mese scorso credevamo che l’inclinazione dell’asse terrestre potesse tenere in piedi le nostre scope ogni 3.500 anni, ma adesso guardaci: tutti virologi, tutti psicologi, tutti complottisti. L’altro giorno un amico mi ha avvertita: “non uscire assolutamente, neanche per fare la spesa, vogliono solo rapirci per fare esperimenti sui nostri corpi”, welcome to the new Area 51.

Vediamo un susseguirsi di notizie proiettate sul muro della nostra caverna ma non le comprendiamo interamente, hanno applicato il filtro sbagliato. Così ci destabilizzano, reagiamo male e l’ansia si fa collare stretto alla gola.L’eco dell’annuncio della quarantena forzata ci spinge in massa verso le casse dell’Esselunga, 2 ore di coda per portarsi a casa tutti i vasetti di yogurt che ci stanno nelle tasche, anche quelli senza grassi. Rimangono solo loro, le penne lisce, a guardarci languidamente sperando di finire nel carrello di qualche povero miope.

Che si sa, l’uomo è un animale sociale, ma siamo davvero così poco abituati a viverci stretti?

On one hand, ci dimentichiamo come si fanno le cose più basilari, talmente poca coscienza civica che abbiamo un tutorial per ogni evenienza: mettersi i guanti, estrarre la pizza dal cartone, scendere il cane, lavarsi le mani.Siamo le figurine appiccicate sul dépliant della sicurezza aerea.On the other hand, cinture nere di attività ludiche più disparate, credo che – se non fossi obbligata allo smart working – la mia giornata tipo potrebbe venir sintetizzata più o meno così: risveglio muscolare con il nuovo canale YouTube del mio maestro di educazione fisica delle elementari; colazione biomolecolare per avere la carica giusta per riordinare la stanza seguendo l’ultimo metodo di Marie Kondo; per pranzo voglio farmi passare qualche oretta, preparo 18 sushi roll; pomeriggio leggendo Anna Karenina in russo, dovrò pur imparare qualcosa?; aperitivo ballerino con la diretta di Jo Squillo, il mio nuovo Patronus; è già ora di cena, preparo una pizza famiglia e fatto in casa da Benedetta muta; serata su House Party, ci mettiamo i cappellini e scleriamo in allegria; è quasi finita, manca la meditazione serale con seghe mentali annesse.

Non possiamo farci mancare niente, dobbiamo dimostrare che la pandemia non ci piega, siamo noi l’antivirus.

La verità è che siamo stanchi, che una cosa del genere non ce la saremmo mai potuta immaginare. Ci facciamo domande su quello che sarà, quando finirà, sulla natura che si riappropria dei suoi spazi e su quanto ci sia il bisogno di cambiare le cose e cambiarci un po’ finito questo incubo. E siamo belli perché ci appoggiamo anche da kilometri di distanza, siamo belli mentre danziamo nella nostra confusione. Un giorno amici ci libereremo dalle nostre catene e strisceremo fuori dalle nostre quattro mura per rivedere le luci al neon delle insegne dei paki; per comprare le sigarette bone, quelle che ci piacciono, non il pacchetto di Amber alla rosa unico superstite al distributore; per abbracciarci un po’ più forte e farci scendere due lacrime dolcissime.

“Ma l’uomo liberato non può ormai tornare indietro e concepire il mondo come prima, limitandosi alla sola comprensione delle ombre”.

Contributor / Martina Longo

Artwork / Pinapsii

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